Tra il “politically correct” e la libertà d’espressione

Luglio 15th, 2008

di Alessandro Csat

 

I fatti che hanno scandito la cosiddetta agenda politica delle ultime settimane hanno causato la rottura di ogni possibilità di dialogo costruttivo e creato una frattura nella “voglia di fare” che tutti gli italiani si aspettano, dimostrando  ancora una volta l’ostilità verso il rinnovamento di apparati burocratici storici quali funzione pubblica e scuola. Pur di allontanare il rischio di una rivoluzione “liberale”, così come più volte auspicato, i mezzi di informazione si sono concentrati su fatti e situazioni sui quali non riteniamo che gli italiani possano essere interessati così a fondo. Circa dieci giorni fa, grazie alle iniziative intraprese dal Ministro Brunetta, si erano aperte le porte di “operazioni trasparenza” volte a restituire ai cittadini una fiducia ormai da troppo tempo opacizzata nell’apparato burocratico che sovrintende al funzionamento della macchina statale. Dopo le prime prove scritte degli esami di maturità, invece il Ministro Gelmini aveva rimosso i funzionari rei di errori e omissioni nella compilazione dei quesiti. Sembrava l’inizio di una risistemazione di tutto ciò che, vittima o causa che dir si voglia di un’inerzia strutturale,   ormai non funzionava più. Ahinoi, abituati come siamo al “politically correct”, ecco che subito si è voluto attirare l’attenzione verso altri argomenti più futili, parlando d’altro. Ma gli italiani che sono andati al voto pensano davvero più alle veline che ad arrivare alla fine del mese? Intanto, siamo nel bel mezzo della programmazione economica per il prossimo anno (DPEF), documento che anticipa quanto verrà poi inserito nella manovra finanziaria, ma senza conoscerne l’indirizzo di fondo, non raccontato per mancanza di tempo e di spazio nei contenitori televisivi e di stampa nazionale. Non mi pare corretto l’atteggiamento che è stato assunto da parte di chi dovrebbe essere per definizione “paladino dell’informazione”, che anziché essere coerente e obiettivo è caduto proprio in questa trappola, vuoi per presunzione o, come temo, per linea editoriale.
Nel nostro paese si è sempre esaltata la libertà d’espressione. Difficilmente si è invece messo in evidenza il diritto a una corretta informazione sulle attività promosse da un esecutivo. Come se il diritto di critica avesse l’obbligo di sovrastare il diritto di cronaca.

Mi auguro che si torni quindi presto a parlare di politica e di tematiche economiche e sociali che realmente interessano agli italiani. Il segnale del voto di aprile non deve essere rimosso. La voglia di libertà e di cambiamento permane. Nessun ostacolo deve frapporsi.

 

De gustibus disputandum est

Luglio 7th, 2008

 di Filippo Tramelli

 

Da un po’ di anni a questa parte il settore enogastronomico ha raggiunto un acmé
impensabile. Si parla oggi di cultura del mangiare e del bere bene,  spuntano come funghi rubriche e programmi a tema, i corsi di cucina  sono sempre più gettonati. L’Italia ha così riscoperto la sua vocazione  cultural-gastronomica promuovendo in patria e all’estero le proprie  eccellenze degustative. Una vera e propria bibbia laica dell’ enogastronomia sono da sempre le guide. Ce ne sono per tutti i gusti:  dalla Michelin al Gambero Rosso, dalla Veronelli a quella di Slow Food
tanto per citarne alcune, oltre a quelle redatte dai più famosi critici  nostrani. Raggiungere le agognate tre stelle è un sogno per tanti  ristoratori. Tanti lettori invece si chiedono: “Ma ci sarà davvero da  fidarsi?”. Finalmente c’è chi si ribella allo strapotere delle guide.  E, data la caratura del personaggio, il suo “niet” non è passato  inosservato. Lo chef “ribelle” è Gualtiero Marchesi, mica uno  qualunque. “I miei piatti sono come una composizione, bisogna capire  cosa c’è dietro, la loro storia - ha detto l’imperatore dei fornelli -  io ho un passato da difendere e i giudizi invece vengono troppo spesso  basati sui gusti personali e poco sulla capacità di cogliere tutte le  sfumature”. Se Eduardo De Filippo diceva che gli esami non finiscono  mai, per Marchesi, la stagione delle pagelle è definitivamente chiusa.  D’ora in poi infatti non accetterà più voti, punteggi, stellette per le  sue creazioni culinarie. Se le guide vorranno ancora citarlo dovranno  accontentarsi di un commento generico. “Altrimenti – ha detto lo chef  78enne - correrò il rischio di scomparire dall’elenco”. L’annuncio di  Marchesi, grande cuoco di livello internazionale, una serie infinita  alle spalle di premi e riconoscimenti, ha avuto il sapore di un piatto  insolitamente piccante. Alla conferenza stampa convocata lo scorso 17  giugno al Circolo della Stampa, era presente anche Gian Paolo Galloni  il direttore per la comunicazione della guida Michelin. Durante l’ incontro non ha accettato l’invito di Marchesi e della sua pr a  prendere la parola, ma poi rincorso dai giornalisti è quasi sbottato:  “Forse Marchesi dovrebbe ricordare che è anche grazie a noi se è  diventato quello chef famoso che è”, ha detto, riferendosi a quelle tre  stelle concesse al ristoratore dalla guida nel 1985, le prime in  assoluto date in Italia. “Comunque è una decisione che rispettiamo - ha  aggiunto subito - ma deve anche ricordare che il nostro lavoro, il  nostro compito è quello di dare dei voti, dei punteggi, perché è quello  che i lettori vogliono da noi, non certo l’indirizzo o la semplice descrizione del locale, indicazioni che possono trovare ovunque”. La  Michelin, e probabilmente tutte le altre guide del settore, dovranno  ora trovare una soluzione alla richiesta di Marchesi. “Una citazione  senza stelle?- ha risposto Galloni - Mi pare improbabile”. Ma nel  frattempo per il tenace e ostinato chef, che creò piatti come il riso e  oro o l’insalata di spaghetti alle vongole crude, la preoccupazione  maggiore è non aver ancora completato il menù ideale per il Marchesino,  ristorante da poco aperto a Milano. “La cucina non è solo sapori, ma  tempo e memoria - ha detto ancora - io per un pò ho inseguito le  novità, ma poi ho capito che non era la mia strada”. E quando ha visto,  racconta, in tv, grandi cuochi mescolare insieme olio e burro nella  stessa padella, ha capito che la cultura gastronomica ha toccato un  livello davvero scarso. “Allora mi sono detto perché continuare a  sbattere la testa contro il muro - ha aggiunto - Alla mia età posso  fare quello che voglio”.

 

 

La sfida dei cambiamenti richiede manager abili

Luglio 3rd, 2008

Vi riportiamo un’intervista fatta al Prof. J.A.Davis, dell’Harvard Business School, liberamente tratta dal sito www.ilsole24ore.com - 01/07/2008


JD «I manager dei family business italiani? Che siano membri delle famiglie proprietarie o che provengano dall’esterno, sono tra i migliori che io conosca». Così John A. Davis, professore e preside di facoltà di un programma di executive education presso la Harvard Business School, nonché tra i massimi esperti in tema di imprese familiari, commenta la propria esperienza con i dirigenti italiani. Proprio con i manager nostrani Davis ha peraltro avuto modo di condurre un diffuso scambio di opinioni in occasione del recente seminario dal titolo «Special program management family business», organizzato a Milano da Hsm, azienda che si occupa di executive education.Qual è la sua esperienza con i family business italiani?

JD Ho prestato consulenza a molte aziende a conduzione familiare in Italia, e ne ho studiato la struttura e le caratteristiche tipiche. I dirigenti italiani costituiscono probabilmente l’audience più recettiva che io abbia mai avuto, ma rispetto alle imprese familiari statunitensi, in quelle italiane la famiglia è molto più compatta e ricopre un ruolo decisamente più importante.

Vale la pena investire energie per arrivare ai vertici di un family business piuttosto che in un’impresa tradizionale?

JD I family business hanno dei vantaggi non indifferenti, e non vi è alcun dubbio che costituiscano un modello imprenditoriale molto efficiente. Ricerche recenti in vari Paesi mostrano come le loro performance siano migliori rispetto a quelle di imprese tradizionali. Le imprese familiari, inoltre, hanno un tasso di mortalità ridotto rispetto alle altre, e pertanto il loro numero è destinato a crescere nel tempo.

Quanto conta l’apertura all’esterno?

JD Nonostante tutti i loro punti di forza, le compagnie a conduzione familiare sono vulnerabili quando il contesto di riferimento cambia molto rapidamente, o quando il business deve effettuare investimenti importanti. Ciò che conta è che il potere decisionale sia concentrato nelle mani di dirigenti che sappiano attuare per tempo delle strategie di lungo respiro. In generale, per competere sul mercato internazionale, le compagnie italiane devono crescere e cambiare il modo in cui gestiscono il business, e devono essere più aperte al capitale esterno.

Le famiglie italiane con le quali ho parlato sanno quello che devono fare. La domanda è: avranno la volontà necessaria per effettuare i cambiamenti necessari per tempo?

L’apertura all’esterno deve accompagnarsi a una crescita nelle dimensioni?

JD Non bisogna partire dal presupposto che per competere globalmente le compagnie debbano essere enormi. La tecnologia odierna permette alle aziende più piccole di vendere agevolmente i propri prodotti anche su scala internazionale.

 

 

 

 

Energia nucleare: il futuro?

Giugno 25th, 2008

 di Stefano Maullu            

                                                                                           
Il fabbisogno di energia                                                                                     
L’aumento  del  fabbisogno  mondiale  di  energia negli ultimi 30 anni è superiore all’85% ed il trend per i prossimi 30 anni è nell’ordine di un ulteriore aumento del 50%. Esemplificando,   per   produrre   l’energia   elettrica   che  un  italiano  consuma  in  1  anno  servono, alternativamente:                                                                                                                 
- 500 kg di petrolio;                                                                                       
- 900 kg di carbone;                                                                                       
- 10 g. di combustibile nucleare.                                                                           
Nel  mondo  esistono  più  di  400  reattori  nucleari,  pari ad una produzione di circa il 15% dell’energia mondiale.                                                                                                   
Le riserve di energia                                                                                       
La disponibilità delle fonti energetiche convenzionali stimata è la seguente:                               
- petrolio: riserve stimate per circa 50 anni;                                                             
- gas naturale: riserve stimate per circa 70 anni;                                                         
- carbone: riserve stimate per circa 200 anni, ma rilevanti problemi di inquinamento ambientale;         fonte nucleare: riserve stimate per centinaia di anni.       
                                            
L’Ambiente                                                                                                   
L’impatto di tali fonti energetiche sull’ambiente:                                                           
- le  emissioni  di  CO2  da produzione energetica hanno avuto negli ultimi 30 anni un aumento del 70% e si prevede, nei prossimi 30 anni, un ulteriore aumento tra il 25% ed il 45%; 
- paragonando  i  risultati  dell’impiego  di  energia  eolica  (una delle storiche fonti “alternative”) ed energia  nucleare in uno dei paesi europei più significativi, si vede che a parità di potenza installata, la  resa – in termini di energia elettrica prodotta – dà un risultato di 6 a 1 a vantaggio del nucleare. Lo  stesso  vale  in  termini  di  investimenti,  laddove – a parità di somme investite – la riduzione di consumo  di  combustibile  fossile, e pertanto di emissioni di CO2 in atmosfera, rispetto ai combustibili convenzionali è decisamente a vantaggio del nucleare rispetto all’eolico. 

L’Italia                                                                                                     
La situazione italiana si caratterizza per un importazione pari all’85% del fabbisogno di energia elettrica, con risultati aberranti, quali il costo di produzione energetico più alto in Europa. Analoga  situazione  negativa  concerne lo stato di emissioni di CO2 in atmosfera, che ci vede non in regola rispetto  a  quanto  previsto  dal  Protocollo  di Kyoto, con un impegno a ridurre l’emissioni nel prossimo decennio in termini quantitativi molto rilevante e di non facile soluzione.  

Soluzioni possibili                                                                                         
Interventi correttivi richiederebbero invece il ricorso ad altre fonti energetiche. Con  un  investimento stimato in impianti nucleari per 10 miliardi di € si avrebbe una riduzione del consumo di  combustibile  fossile pari al 25% e delle emissioni di CO2 pari al 10%, con una significativa produzione del fabbisogno energetico nazionale ad un costo 3 volte più basso dell’ attuale!               

Conclusioni                                                                                                 
Un  elevato  livello  di competitività del nostro Paese richiede una programmazione energetica nazionale che valuti  ad  ampio  spettro  e  senza  preclusioni  aprioristiche  tutto il ventaglio delle fonti energetiche disponibili. Tra  queste  rientra certamente anche l’energia nucleare , di cui si sono illustrati alcuni degli elementi a favore. Non ci si nasconde, tuttavia, che anche tale fonte energetica ha lati negativi, a partire dal problema dello smaltimento delle scorie al termine del processo.Ciò  che  serve  è  un  forte  impulso  nella  ricerca,  nella  formazione  tecnica  e  professionale, nella programmazione e, soprattutto, una comunicazione chiara di quali sono i pro e i contro di ogni soluzione. Come  –  quasi  –  sempre,  non  esiste  una  sola  ricetta,  ma vi è la necessità di più strumenti, da soli insufficienti,  ma  uniti  in  grado  di  dare  “luce”  ad  un  moderno  universo  produttivo  e  rispettoso dell’Ambiente.   

IL PROJECT FINANCING NELLA FINANZA PUBBLICA

Giugno 20th, 2008

di Alberto Modaffari

 

La necessità che la Pubblica Amministrazione ha di attivare gli investimenti per garantire l’erogazione dei servizi pubblici alla collettività, dati i vincoli sulla finanza pubblica e le limitate risorse finanziarie a disposizione per l’implementazione degli stessi, impone la necessità di modificare le modalità di intervento che hanno caratterizzato l’agire dei soggetti pubblici. Questo ha condotto negli ultimi anni ad un progressivo passaggio da modalità dirette di finanziamento e di gestione delle infrastrutture a un maggior coinvolgimento dei privati, assumendo il soggetto pubblico il ruolo di regolatore del sistema, attivando strumenti di finanza innovativa fuori bilancio. Sempre più spesso il ricorso allo strumento della finanza di progetto (project finance) risulta essere la strada indicata dai diversi livelli di governo per il finanziamento delle infrastrutture pubbliche e di pubblica utilità. Lo strumento del project finance è stato introdotto nell’ordinamento italiano dalla Legge Merloni ter (legge 415/1998), attraverso una serie di disposizioni che incidono ed innovano la disciplina nazionale dello strumento di concessione di costruzione e gestione e viene applicato a quelle opere e progetti di pubblico interesse. Al di là dei riferimenti normativi nazionali, il project finance è una tecnica di finanziamento, alternativa al tradizionale corporate finance, contraddistinta dall’orientamento del finanziamento a uno specifico progetto imprenditoriale sulla base della sua idoneità ad autofinanziarsi in virtù dei flussi di cassa generati dalla sua efficiente gestione. L’elemento distintivo del project finance risulta, quindi, l’attitudine all’autofinanziamento, ossia alla capacità del progetto di generare flussi di cassa sufficienti a garantire la copertura dei costi di gestione, dell’investimento, il rimborso del prestito e una adeguata remunerazione del capitale investito. Sarebbe fuori luogo ai fini di questo articolo dilungarsi sulle “technicality” del project finance che è un meccanismo piuttosto articolato. Esso passa per la costituzione di una società ad hoc dopo una minuziosa valutazione finanziaria e dopo delle procedure previste dalla legge con una tempistica abbastanza lunga. Ci basti sapere questo. Ciò su cui si vuole mettere l’accento è la situazione del project financing in Italia nelle pubbliche infrastrutture ancora troppo poco sfruttato. L’Italia ha un estremo bisogno di infrastrutture. Qualche esempio: le autostrade, con l’autostrada del sole ormai inadeguata agli attuali flussi di traffico e la totale assenza di collegamenti Ovest – Est lungo lo stivale; le ferrovie, appena sufficienti al nord, praticamente assenti al sud; le carceri: di questo passo sarà necessario un nuovo indulto; e poi scuole, università ma anche stadi e palazzetti dello sport. Tutto ciò viene costruito in altri paesi anche grazie al project financing. Esso rappresenta una collaborazione tra soggetto pubblico e privato che si traduce in enormi vantaggi per ambo le parti. In pratica, cercando di semplificare volutamente le cose, un privato, detto promotore, si “offre” attraverso una gara di appalto, di farsi carico della costruzione e sopratutto della successiva gestione di un’opera di interesse pubblico. L’offerta è soggetta ad accurate valutazioni e deve sottostare

naturalmente a criteri ben precisi. Tali restrizioni danno comunque solidità al progetto che quindi riceve più facilmente capitale dalle banche. Successivamente il promotore che si aggiudica l’appalto

provvede alla costruzione dell’opera e si occuperà successivamente di gestirla. Prendiamo come esempio un ospedale.Il soggetto privato si accolla le spese di progettazione e costruzione ma ad opera ultimata potrà beneficiare della concessione per sfruttare i servizi al suo interno che comprendono quindi servizi di mensa, lavanderia, bar, farmacia, ma anche una quota sulle prestazioni mediche erogate. Questo consentirà al soggetto privato di beneficiare di flussi di cassa continui e sopratutto sicuri, che gli consentiranno in un certo periodo di tempo di ripagare l’investimento iniziale. Il vantaggio per la pubblica amministrazione in tutto questo è evidente: senza sborsare nulla ha costruito un ospedale. Naturalmente vi sono opere non redditizie, ad esempio le carceri. In Inghilterra dove anche per le carceri si usa il project financing, i flussi di cassa mensili sono versati direttamente dalla pubblica amministrazione. Si sono fatti volutamente due esempi, ospedali e carceri, agli antipodi per redditività. In mezzo vi sono strade, porti, aeroporti, uffici. Qui di seguito si mostra come in altri paesi il project financing venga largamente usato nei settori più disparati (fonte: PricewaterhouseCoopers). In Italia, nonostante si sia legiferato in merito il p.f. stenta a decollare. Sarebbe interessante capire il perchè: forse per incompetenza di alcune P.A. ma forse anche per una mancanza di una cultura finanziaria diffusa che non faccia guardare a certi strumenti con sospetto e pregiudizio.

 

 

Informatica macchinosa e informatica latente

Giugno 18th, 2008

Nelle imprese ciò cui viene sempre discusso ma dove pochi riescono a dare una risposta è l’informatica intesta come Information Technology (IT).
Sebbene ormai sia un dovere dell’impresa informatizzare, determinare il livello tecnologico aziendale soprattutto per le micro e piccole imprese è assai difficile e i partner IT non sono in grado di offrire soluzioni adeguate.

C’è chi informatizza tutto rendendo anche i processi piu semplici qualcosa di impossibile e chi ancora considera l’informatica come qualcosa del futuro. Ma solo solo quelle imprese che colgono l’IT come uno strumento, e non come una cultura o una ricetta medica, a vincere la sfida competitiva di ogni giorno.

Sicuramente una prima soluzione è scegliere un buon partner IT che non offre applicazioni su msdos ma che nemmeno voglia “virtualizzarvi” l’intera azienda. Una seconda soluzione, che non sostituisce la prima ma la rende completa è capire cosa serve e da li trovare la soluzione IT adeguata.

Gli strumenti informatici ci sono e possono rendere l’impresa tanto vincente quanto perdente, bisogna scegliere quelli giusti. Confidate nelle vostre capacità ma senza essere miopi.

La metropolitana milanese cresce con noi

Giugno 18th, 2008

di Roberto Censoni

 

Sembra ieri eppure sono già passati oltre 40 anni da quando veniva inaugurata la prima linea della metropolitana milanese detta Linea Rossa. A quel colore ma in senso politico appartengono le prime polemiche sull’utilità di questo nuovo (allora per l’Italia ma non per il resto del mondo) mezzo di trasporto. Il PCI e il suo organo di stampa “L’UNITA’”  dicevano che questo nuovo mezzo era per i “signori”, mentre i mezzi di superficie come i tram erano per gli operai, per la classe proletaria. Gli sbagli si ripetono sempre, ora come allora non sanno vedere molto più in là del loro naso.

 

Nel 1969 nasce la linea M2 (Verde) ereditando quanto esisteva in superficie, nel tratto extraurbano, delle “Linee celeri dell’Adda”, una metrotramvia presente già alla fine del 1800.

Purtroppo per motivi economici e politici  bisognerà aspettare il 1990 per una nuova nascita: la linea M3 (Gialla). Successivamente verrà inaugurato il passante ferroviario, che permetterà alle persone provenienti da fuori Milano di raggiungere abbastanza agevolmente le varie destinazioni in Milano con gli stessi treni delle F.S. o delle Ferrovie Nord.

 

Veniamo ai giorni nostri. La linea M4 (Blu)  partirà dalla Stazione di San Cristoforo per raggiungere l’Aeroporto di Linate. Dopo aver percorso l’attuale Via Lorenteggio, si dirigerà verso Piazza Sant’Ambrogio, qui incrocerà la M2, per poi percorrere tutta la “Cerchia dei Navigli” fino all’altezza di Piazza Tricolore e da quel punto raggiungerà l’aeroporto di Linate. La linea dovrebbe aprire entro il 2015 in concomitanza con l’Esposizione Universale.

 

La linea M5 (Magenta), i cui lavori sono iniziati nell’estate del 2007,  entro il 2011/12 coprirà il tratto tra Bignami e la Stazione FS Garibaldi ma successivamente dovrebbe allungarsi verso nord, raggiungendo Monza, e verso ovest, raggiungendo lo stadio Meazza e Settimo Milanese. Toccherà il Cimitero Monumentale, la zona di via Cenisio, corso Sempione e all’altezza di via Domodossola incrocerà le linee delle Ferrovie Nord, per dirigersi poi verso il nuovo quartiere che sorgerà al posto della vecchia Fiera di Milano.

 

La linea M6 (colore non ancora attribuito),  nata in funzione della candidatura di Milano ad EXPO 2015, avrà in parte il percorso attuale dello sdoppiamento della M1 tra Pagano e Bisceglie. Sarà invece totalmente nuova nella parte che si dirigerà verso il Parco Sempione per incrociare poi la M1 e la M2 a Cadorna, passare da Piazza Missori (incrocio con la M3), dirigersi in via Santa Sofia (incrocio con la M4) e concludere il suo percorso in via Castelbarco (vicino all’Università Bocconi).

 

Dicevo all’inizio sembra ieri ma nel giro di pochi anni, a partire da oggi, Milano potrà finalmente permettere ai suoi cittadini e a chi viene da fuori Milano per necessità lavorative o turistiche di potersi spostare agevolmente e rapidamente senza inquinare.    

 

 

 

Il punto di partenza per il Federalismo fiscale

Giugno 15th, 2008

Di Alessandro Csat

Il Ministro Tremonti ha dichiarato che prima dell’estate verrà messo in discussione il piano di definizione e sviluppo del Federalismo fiscale per il nostro paese. In nome del nuovo clima disteso e bipartisan, le decisioni verranno prima condivise con l’opposizione, al fine di ottenere la Riforma per via Parlamentare, evitando i rischi che un Referendum Costituzionale può portare (qualcuno ricorderà il tentativo del Giugno 2006, con una bassissima affluenza alle urne).

Ritengo che il punto di partenza per questa discussione non possa essere altro che la proposta avanzata dal Consiglio Regionale della Lombardia proprio già un anno fa. Tutti quanti riconosciamo che in politica, e in particolare su un tema così caldo come questo, verranno avanzati delle attenuanti a una proposta iniziale “molto spinta”.

Essa infatti aveva definito un piano di gestione del gettito fiscale con una forte prevalenza della competenza a livello locale (quindi con conseguente responsabilizzazione degli Enti preposti) e una restante quota parte a sostegno delle Regioni più deboli (il cosiddetto Federalismo “solidale”).

La proposta prevede per gli Enti Locali i seguenti punti:

- Trattenimento dell’80% dell’Iva

- Trattenimento del 15% dell’Irpef statale

- Trattenimento dell’intero gettito delle accise sulla benzina, e dell’imposta sui tabacchi e sui giochi.

E’ stato già stimato in 15 miliardi di Euro il gettito ottenibile a livello  regionale dalle sole accise IVA  e trattenuta Irpef. Ovviamente la gestione diretta delle risorse deve porsi come obiettivo la riduzione della           pressione fiscale per tutti i cittadini residenti sullo stesso territorio. Se ciò non avvenisse, comportando l’adozione di eventuali imposte addizionali, i cittadini percepirebbero subito il segnale di una cattiva gestione delle risorse da parte degli Enti Locali.

A questo punto,  il  passo seguente sarebbe la rimozione dell’Amministrazione inefficiente, responsabile dei propri risultati di fronte ai cittadini che la hanno eletta. Di questo ciascuno di noi, nel proprio ruolo politico o di sostenitore, dovrà prenderne piena coscienza. Possiamo riconoscere quindi al Federalismo il compito di responsabilizzazione degli Enti Locali preposti alla gestione diretta del gettito fiscale e al suo impiego sottoforma di offerta di servizi per i cittadini propri residenti. Da qui cominceremmo a rompere quel circolo vizioso che ci portava a dare ogni colpa allo Stato centralista e “rubasoldi”, senza però risolvere veramente nulla. Ogni Ente Locale non avrà più scuse per non rispondere dei propri errori. E‘ proprio questo che vogliamo!

Ecco perché ogni soluzione attenuata, dal mio punto di vista, rischia soltanto di rendere la Riforma solo un “contentino”e non uno strumento nelle mani degli Enti Locali per gestire più Risorse, comprendendo le reali esigenze dei cittadini che abitano su un territorio. A quelli che mi chiedono di essere più “solidale”, rispondo onestamente dicendo che sono d’accordo di prevedere un fondo di compensazione per le zone più deboli, ma con lo stimolo affinché quest’ultime entro un brevissimo periodo si possano avviare sulla strada della crescita e non più dell’assistenzialismo.

Buon Federalismo a tutti!

Le vacanze in Italia … troppo care!

Giugno 13th, 2008

di Alessandro Rossi

 

Si prevede un’estate con prezzi “calienti” per l’estate italiana. La Federconsumatori ha infatti presentato il 10 giugno la “Terza indagine nazionale sui prezzi rilevati nei siti web degli alberghi e delle strutture turistiche nelle località balneari italiane”, rilevando quanto una camera doppia di albergo con pensione completa nella settimana di Ferragosto potrà costare fino a 137€ a persona nel Sud Italia o nelle Isole e fino a 73€ al Nord; identificando un valore medio a livello nazionale di quasi 100€ a persona, con un incremento rispetto al 2007 del 4,3%.
Una settimana al mare, dunque, costerà ad una coppia oltre 1.350€ se in albergo, oltre 850€ se in appartamento e circa 250€ se in tenda o camper

Federconsumatori sottolinea che tale incremento rispetto il 2007 condiziona molto la possibilità delle famiglie di accedere ad una vacanza italiana, con un importante rischio economico per l’intero settore nazionale del turismo.

EVVIVA LA TRASPARENZA

Maggio 26th, 2008

di Filippo Cavallin

Brunetta e l’operazione trasparenza, finalmente

Da studente di amministrazioni pubbliche mi è spesso capitato di imbattermi in nuove terminolgie culturalmente estranee a tale settore: una su tutte , la più ricorrente, “ACCOUNTABILITY”.

Non significa nient’altro che trasparenza, responsabilizzazione, senso del dovere. Eppure la nostra pubblica amministrazione sta solo ora imparando che cosa siano queste cose. Ora che un economista addetto alla Funzione Pubblica ha finalmente deciso di trattare lo Stato come l’azienda.

Personalmente  la sensibilità acquisita verso il settore pubblico in questi anni di studio mi porta subito a storcere il naso  di fronte a quanto appena detto, perchè lo Stato NON è un’impresa: il suo fine non è il profitto, ma il benessere dei cittadini. Eppure Brunetta ha ragione: il richiamo all’efficenza del settore privato non va interpretato come uno slittamento del fine dello Stato , che rimane lo stesso, bensì come un’evoluzione dal metodo di perseguire il benessere dei cittadini.

Mi viene in mente un bel paragone, rispondete con sincerità:

preferite chi voleva gestire la vita dei cittadini e dell’impresa come se appartenessero anch’essi alla sfera del settore pubblico (il caro Visco, con la pubblicazione dei nostri redditi), applicando il principio di trasparenza alle vite dei privati cittadini- il che secondo me rasenta le pratiche di uno stato totalitario- o preferite chi ha realisticamente ammesso che non è possibile invadere la sfera privata di un cittadino usando come ariete il principio della trasparenza quando nemmeno la stessa sfera pubblica lo rispetta?

Vi faccio un esempio (niente nomi, ma la storia è vera): c’è un ospedale pubblico qui a Milano in cui si è scelto di introdurre un sistema di retribuzione del personale con una parte variabile legata al merito. La valutazione è quantitativa e qualitativa: per la parte quantititativa è nato appositamente un nuovo ufficio, è stato assunto del nuovo personale, è stato inventato un sistema di indicatori. Ma questi indicatori sono per esempio “numero di penne utilizzate” o “numero di gomme utilizzate”, con attenzione alla razionalizzazione dei costi: quindi se un medico scrive tante ricette risulta essere uno sprecone. Tuttavia la cosa assurda non è tanto la banalità di questi indicatori, quanto il fatto che alla fine la retribuzione NON è legata all’esito della valutazione quantitativa : il sistema è stato creato, ma è volutmante inutile; serve di facciata, ma è solo uno spreco. La valutazione qualitativa avviene invece tramite un giudizio personale espresso dai colleghi di lavoro: ogni persona viene giudicata da un gruppo “assegnato ” alla sua valutazione, gruppo di cui l’interessato conosce i nominativi, e a sua volta lui è “assegnato” alla valutazione di altre persone, che  a loro volta sanno chi le giudica. L’esito del giudizio personale, incredibile, è sempre “buono”: per esplicita ammissione dello stesso personale, esiste un gentlemen agreement per cui tutti si danno “buono” per non creare rogne. Quindi anche la parte qualitativa del sistema di valutazione del personale è inutile. Infine i premi annuali vengono ripartiti in base alla media delle valutazioni (quelle valutazioni inconsistenti ottenute come appena spiegato) di tutto lo staff medico di un reparto. Conclusione: a fine anno ogni dipendente ha esattamente lo stesso premio degli altri.

Che dire? Paghiamo le tasse, che vengono usate per creare un sistema di valutazione del personale fittizio e inutile, che non stimola miglioramenti, che viene neutralizzato dallo stesso personale, eppure a fine anno tutti si beccano un premio.

E io avrei dovuto rendere pubblico il mio stipendio?

Brunetta non ha un compito facile, si trova davanti una macchina collaudata da anni a resistere ad ogni ingerenza di efficienza, efficacia ed economicità. Potrà pubblicare i redditi pubblici on-line, pretendere controlli sugli assenteismi, verificare la produttività dei dipendenti. Ma siamo realisti: non credo che risucirà a licenziare mai nessuno. I dipendenti pubblici sono ben al riparo sotto una campana di vetro: solidarizzeranno contro l’ingerenza esterna , perchè di solito tutti si devono dei favori , e aspetteranno tempi migliori.

Brunetta ha bisogno di un esercito per portare a termine bene la sua missione: qui, da questo blog, invito tutti a segnalare casi analoghi a quello sopra, e a dare a gran voce il proprio sostegno a chi , come il nostro Ministro, lotterà contro gli elefanti della pubblica amministrazione.

EVVIVA LA TRASPARENZA